6 mesi al ribasso
Anche se noi "alla pompa" non ce ne siamo accorti, è ormai un dato strutturale il continuo crollo del prezzo del prezzo del petrolio, che negli ultimi 6 mesi ha perso circa il 30% del suo valore sul mercato. Del resto ormai lo sappiamo. Quando la quotazione aumenta ce ne accorgiamo immediatamente appena andiamo a fare benzina, quando diminuisce nisba! Magari il giorno in cui avremo una vera authority del settore le cose cambieranno, ma allo stato attuale i fatti sono questi.
Tornando però alla questione che ci interessa oggi, vale a dire il crollo, perchè ormai di questo si tratta, del prezzo del petrolio, la cosa sta creando non pochi problemi ai produttori, ovviamente, e sta generando una situazione di confusione all'interno della loro associazione, l'Opec, con alcuni che puntano ad un drastico taglio della produzione, in modo da generare la risalita della quotazione, altri che invece sono dell'idea che nulla debba essere toccato e difendono l'attuale livello di 30 milioni di barili al giorno stabilito 3 anni fa.
Noi siamo presi dalle nostre questioni, come sappiamo, ma alla fine di questo mese ci sarà un'importante riunione dell'Opec che si trasformerà, come è ovvio, in una vera e propria resa dei conti. Naturalmente seguiremo la vicenda e riporteremo ai nostri lettori le decisioni prese. Il contesto rientra in tante questioni che poi vanno a determinare non solo il costo del carburante alla pompa, vederla così sarebbe riduttivo e semplicistico, ma l'esborso per tutto ciò che è energia, quindi anche bollette, costo della vita, inflazione, competitività delle imprese e così via.
La colomba Arabia Saudita
Il principale produttore al mondo, l'Arabia Saudita, è alla testa di coloro che non vedono di buon occhio un taglio dei barili estratti giornalmente, e propendono quindi per il mantenimento dello status quo, come confermato da Mohammed Suroor al-Sabban, un ex consigliere del Ministro del petrolio saudita, il quale, in relazione alla prossima riunione dell'Opec, che si terrà a Vienna nei prossimi giorni, si è detto certo che la produzione non verrà toccata e rimarrà quella attuale, 30 milioni di barili al giorno.
Va detto che il paese degli sceicchi ha ottenuto un beneficio importante dall'embargo attuato dai paesi occidentali nei confronti dell'Iran, altro grosso produttore, in seguito al protrarsi della questione del programma nucleare di quest'ultimo, con un aumento della produzione nel 2012 proprio per compensare il taglio alle vendite iraniane.
Il falco Iran
Diversa la posizione del paese degli Ayatollah, propenso invece, da tempo, ad un taglio dell'estrazione in modo da determinare un incremento del valore del greggio sul mercato, e fortemente critico nei confronti dei sauditi, va detto da tempo. Quella che si terrà a fine mese non è infatti certo la prima riunione dell'Opec che si prospetta burrascosa, anzi, in genere i paesi appartenenti all'organizzazione sono sempre stati piuttosto litigiosi.
Del resto molti di loro vivono quasi esclusivamente della vendita del cosiddetto oro nero e le cose certo non gli vanno di lusso, basti pensare al Venezuela, non a caso tra i falchi, che vive una crisi economica pesantissima e che sta generando sempre più problematiche sociali. Logico quindi che quest'ultimo, grande produttore, sia a favore di una politica mirata ad un incremento dei prezzi.
Nel grafico sottostante possiamo vedere la caduta libera della quotazione del petrolio, Brent, nel corso dell'ultimo anno. Naturalmente i prezzi minimi e massimi sono espressi in dollari americani.
Divisi su tutto
Come abbiamo detto precedentemente lo scontro all'interno dell'Opec tra chi vuole un taglio della produzione, Iran in testa, e chi invece preferisce mantenere basso il costo del barile, come l'Arabia Saudita, non è certo una cosa recente. Naturalmente la situazione economica dei paesi all'interno dell'organizzazione è differenziata tanto quanto le loro esigenze. I sauditi amministrano un paese che ha un forte legame economico e affaristico con gli Stati Uniti d'America, cosa che certo non riguarda gli iraniani e tanto meno i venezuelani. Per non parlare poi della situazione economica, con i primi che hanno avviato ormai da decenni un'opera di distribuzione degli interessi nazionali, i secondi che vivono praticamente solo del petrolio. Ovvvio quindi che si scontrino esigenze diverse e quindi strategie differenti. Vedremo come andrà a finire.