Non è tutto Samba e felicità
Le vicende degli ultimi giorni legate alla Confederation Cup ha portato alla luce della ribalta una realtà che forse pochi immaginavano guardando al Brasile, ma che rende sempre attuale un vecchio detto: "non è tutto oro quello che luccica"!
E già, proprio il Brasile era fino a qualche giorno fa indicato dai più come una sorta di paese felix, dove tutto scorre a meraviglia, l'economia vola, a differenza di quello che accade in Europa, per non parlare di casa nostra, e dove chi ha moneta da investire può trovare il luogo ideale per farla rendere.
Chiariamo una cosa
Intendiamoci. Va fatta subito una precisazione. Quello a cui stiamo assistendo non è di per se il segno di una crisi economica, che comunque comincia ad affacciarsi, come vedremo nel corso della nostra analisi, ma sociale. Le rivolte, gli scontri, anche molto violenti con le forze dell'ordine, non sono di per se il segno che chi investe in Brasile non fa un affare, ma che lo sviluppo economico che il paese sta vivendo non sembra essere accompagnato da un coerente sviluppo sociale. Insomma, l'idea che sempre di più ci si sta facendo è che, come spesso accade, a trarre beneficio dalla crescita del paese non è la popolazione, che sembra più quella di un paese allo stremo delle forze che un popolo felix, ma i soliti noti attorno a cui tutto gira.
Investire in Brasile è ancora conveniente?
Noi però quì parliamo di investimenti e quindi la domanda che ci si fa è la seguente: ma investire in Brasile è ancora conveniente? Nella sostanza, le problematiche sociali che il Brasile sta mostrando al resto del mondo possono inficiare la crescita economica, gli investimenti stranieri, la capacità del colosso sudamericano di attarre capitali e tutto quello che fa crescita e quindi economia?
Rispondere a questa domanda non è per niente cosa facile, anzi. Forse il modo migliore per rispondere è quello di fare un'analisi generale della situazione brasiliana e poi che ognuno faccia le sue valutazioni del caso.
I paesi emergenti e il costo del lavoro
Partiamo innanzitutto dall'inizio, in modo da avere un'idea concreta della situazione. Il Brasile è per antonomasia una delle economie cosiddette emergenti maggiormente in vista. In genere quando si parla delle economie emergenti si pensa subito al costo della manodopera, insomma del lavoro, e quindi si parte subito con la considerazione che il successo è arrivato proprio grazie al basso costo del lavoro, che attrae una massa importantissime di aziende straniere alla ricerca di competitività soffocata e messa in difficoltà dagli alti costi del lavoro dei paesi occidentali.
Le materie prime del Brasile
Nel caso del Brasile questo è vero solo in parte ed è bene che si parta da questa valutazione per una ragione che adesso andremo a spiegare e che differenzia il Brasile da tutti gli altri, in particolare dalla Cina, l'economia ormai più che emergente per antonomasia.
La ragione del successo del Brasile, infatti, più che il basso costo del lavoro è costituita dall'abbondanza di materie prime. Il Brasile ha un'estensione territoriale grande quanto tutta l'Europa messa assieme, è indipendente dal mercato petrolifero, possiede un capitale straordinario quando parliamo di legname, sementi e tante altre materie prime, ha un enorme potenziale idro-energetico, è uno dei paesi più visitati al mondo e si potrebbe andare avanti così.
Ma non è la Cina
Questa premessa è fondamentale per affrontare con efficacia un discorso che è alla base del nostro articolo di oggi: la sostenibilità del modello economico di un paese emergente quando lo stesso diventa un'economia avanzata. Un conto infatti è dover gestire un'economia avanzata senza il tuo maggior valore aggiunto, quello del basso costo del lavoro, come nel caso della Cina, un conto è invece gestire lo sviluppo economico potendo contare su un enorme bacino di materie prime di cui tutto il mondo ha bisogno, come invece è nel caso del Brasile.
La crescita continerà
Insomma, a detta di chi scrive, si possono fare le considerazioni che si vuole sulle difficoltà del paese carioca, ma la verità è che pensare ad un tracollo della crescita economica è sinceramente inverosimile, a differenza di quanto invece minaccia di fare la Cina, nonostante il gigante asiatico sia ancora una locomotiva importantissima della crescita mondiale, ma con tante, tantissime problematiche irrisolte e che generano negli analisti più accorti molte perplessità
Le difficoltà dell'economia
Fatte le dovute premesse sul potenziale, sinceramente indiscutibile, del Brasile, passiamo ad alcune considerazioni sulle oggettive difficoltà economiche che il paese comunque sta mostrando. Difficoltà che mostrano come le tanto esaltate autorità indicate come i responsabili primi del miracolo economico brasiliano, a partire dal sopravvalutato Lula, non abbiano saputo pensare ad un modello economico capace di affrontare le problematiche che comunque si pongono davanti ad un paese in forte crescita come fino a poco tempo fa è stato il Brasile.
La macchina si è inceppata
E già, fino a poco tempo fa, perchè i dati dell'ultimo anno sembrano più quelli di un paese europeo modestamente in salute, più che quelli di un gigante di materie prime in ebollizione.
Nei primi 3 mesi del 2013, infatti, la crescita è stata solo dello 0,6%, un dramma per un paese in via di sviluppo, una sorta di recessione BRIC, chiamiamola così, che fa capire come la macchina brasiliana si sia fondamentalmente inceppata. Per non parlare dell'inflazione galoppante che genera un fenomeno potenzialmente esplosivo, soprattutto dal punto di vista sociale. Il costo della vita sale, ma il paese non cresce, quindi non crescono nè l'occupazione nè il valore degli stipendi.
La fuga dei capitali
C'è poi il problema della mancata sostenibilità degli incentive, di forte entità, con cui le autorità brasiliane hanno alimentato i consumi interni. Incentivi che adesso, in presenza di uno stop di fatto della crescita economica, diventano sempre più insostenibili, appunto, e quindi, così come hanno portato forti investimenti stranieri, attratti proprio dagli elevati consumi, ora stanno generando l'esatto opposto.
Si registra infatti un forte deflusso di capitali stranieri, che fuggono sempre più dal Brasile per approdare verso altri miracoli economici, sempre di più, per esempio, numerosi paesi africani.
Un pericoloso avvitamento che al colosso sudamericano potrebbe costare veramente caro, perchè il Brasile è proprio sugli investimenti stranieri, attratta dai forti consumi interni, che ha fatto crescita e occupazione.
Il modello protezionistico in crisi
In ultima analisi va fatta una considerazione sul modello protezionistico del sistema economico brasiliano fatto di dazi e sussidi sui beni di prima necessità che distorce il mercato e la concorrenza. Modello non più sostenibile, anche questo, in quanto fa fuggire chi investe sulla distribuzione di beni e prodotti realizzati all'estero, rispetto al Brasile. Ma questo il paese non se lo può più permettere, in quanto se c'è una cosa di cui ha bisogno è proprio di investimenti stranieri, sempre più dubbiosi sul Brasile e sempre più alla ricerca di altri lidi dove portare i loro capitali.
Alla fine dei conti
Insomma, la considerazione che ci sentiamo di fare è che l'idea di investire in Brasile può essere ancora un'idea vincente e vantaggiosa, ma a condizione che le autorità brasiliane siano capaci di mettere mano al sistema di sviluppo e che sappiano coniugarlo con una crescita più equa e giusta, combattendo fenomeni, a partire dalla forte corruzione, che limitano la distribuzione della ricchezza generata dalla forte crescita di cui ha goduto il paese, e vanno a generare, come stiamo vedendo, importanti problematiche sociali.